All’aeroporto

Appena recuperati i bagagli vengo avvicinata da un allampanato signore sulla cinquantina, ghigna allargando la bocca e indossa una palandrana sporca di grasso animale. Sento il suo fiato cattivo sulla mia faccia e non so cosa pensare. Con un gesto lento e studiato apre la lercia veste, mostrandomi il corpo nudo. La sua anatomia mi sorprende. Sembra non avere uno sterno umano, il torace presenta invece un profondo incavo che ospita un pene gigante, che parte dall’inguine e si estende fino all’altezza dei capezzoli. Ha una sezione almeno pari a quella del mio braccio e un colore olivastro lucido che stranamente mi inquieta ancora più delle abnormi dimensioni. Il pene lentamente si inclina, esce dalla custodia umana e si protende verso di me. Quasi mi viene da ridere, ma non rido, non rido proprio per niente.
Sono ipnotizzata dalla creatura, ma cos’è? un’anguilla simbionte? è uno scherzo? lo fisso e non dico niente. Poi dentro di me qualcosa si muove, interpreto l’approccio come una minaccia di stupro e mi sento autorizzata a difendermi. Estraggo la lama in ceramica che ho tenuto nella vagina per tutto il volo da Parigi e inizio ad affettare la testa del mostruoso pene. L’uomo non muta espressione, il ghigno sembra incollato al suo volto, questo mi spaventa, “ma come? gli sto affettando l’uccello gigante e questo continua a ghignare? allora non gli sto facendo niente?”. Vorrei avere portato con me la lama più grande.

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