Archivio mensile:febbraio 2015

Sulla peculiare natura della cultura Boda

Nella cultura Boda ogni martedì si passa a un nuovo alfabeto. Questo significa che ogni mercoledì tutta la produzione letteraria, tutti i manuali di frullatori, tutti i cartelli stradali, ogni insegna al neon e tutte le confezioni di articoli alimentari devono essere ricovertiti al nuovo alfabeto. Come è facile intuire, questa operazione coinvolge la gran parte della popolazione Boda. Gli alfabeti devono essere sempre diversi e completamente nuovi rispetto ai precedenti. Di solito è il lunedì il giorno preposto alla formulazione del nuovo alfabeto, solo l’elite della popolazione Boda partecipa a questo processo. Insieme ai simboli sempre nuovi, anche la lingua Boda è soggetta a una fortissima pressione evolutiva, che la fa mutare a una velocità inferiore a quella dei simboli, ma comunque molto superiore a quella di una normale lingua. Non conosciamo la ragione per cui i Boda modifichino continuamente il codice su cui è fondata la loro cultura, un’ipotesi è che desiderino depistare i loro nemici non mettendoli nella condizione di carpire i loro segreti.

Infierisci?

“Infierisci?”
“Come?”
“Ti piacerebbe infierire?”
“Scusi, non capisco, infierire su chi?”
“Sulla donna, la donna a terra.”
“Non vedo donne a terra, di che parla?”
“Te ne stai dietro la fottuta porta di casa tua e senti arrivare due balordi che inseguono un terzo balordo. Lo braccano proprio davanti alla tua porta e dallo spioncino vedi che i due stanno massacrando il terzo. Ti ecciti, pensi di calarti i pantaloni e massaggiarti per alimentare la tua crescente tensione sessuale. Ma la violenza selvaggia viene interrotta, perché da una delle porte nel corridoio del tuo piano esce una donna che come te stava osservando la scena, ma al contrario di te non ne stava godendo, anzi decide di intervenire per fermarla. Salta sulla schiena a uno dei due aggressori e per un momento quello smette di calare colpi sulla mandibola dell’uomo a terra. Poco dopo però la donna viene neutralizzata e anch’essa presa a calci e pugni. I due abbandonano la donna a terra incosciente proprio davanti alla porta di casa tua e se ne vanno portandosi via il corpo del terzo balordo. Ecco, a questo punto che fai? Infierisci? Esci dalla tua tana guardingo e assesti qualche nuovo colpo alla donna a terra? La stupri? Salti sulla sua cassa toracica per vedere se riesci a sfondarla?”
“Ma che dice? Non scherzi, non è divertente, forse è meglio se torno un altro giorno.”
“No, tu figlio di puttana adesso rispondi, altrimenti ti estraggo tutti i denti.”
“Va bene, va bene, rispondo. No, non infierisco, non la stupro, al massimo le tocco le tette, tutto qui, forse la lecco. Adesso però voglio scendere.”
“Non ci credo, tu le strappi i vestiti e la stupri. Se rinviene la colpisci con forza, fino a farle perdere nuovamente i sensi.”
“Va bene, va bene, la stupro. Giro il corpo in posizione prona, la prendo per i capelli e le sbatto a terra la testa con tutta la forza che ho, più e più volte, fino a distruggerle naso, zigomi e arcate sopraccigliari. Le strappo tutti i vestiti e la stupro fino a quando non sono stremato. Quando ho finito, prendo della benzina e brucio il corpo della donna proprio davanti alla mia porta, senza curarmi che qualcuno mi possa accusare, darò la colpa ai due balordi e se spunterà qualche testimone lo minaccerò.”
“Oh bene, perfetto. Visto? Non era difficile. Ora possiamo procedere. Si sciacqui la bocca, per favore. Miriam, prepari l’anestesia. Oggi terminiamo il lavoro sul premolare.”

Libero mercato sull’Intercity Roma-Ventimiglia.

Me ne stavo seduta in uno di quegli infernali scompartimenti da sei posti su un treno Intercity Roma-Ventimiglia, quando i miei due compagni di viaggio, disposti uno di fronte all’altra vicino al finestrino e a cui fino a quel momento non avevo fatto caso, si scambiarono poche battute. Le riporto di seguito perché trovo edificante come gli esseri umani possano risolvere una situazione potenzialmente tesa accordandosi liberamente nel reciproco interesse.

Lui: “Credo che questa sera mi masturberò immaginando che un grosso cane nero ti scopi mentre io, colpito improvvisamente da tetraplegia, vi guardo seduto su una carrozzina elettrica.”
Lei: “Signore, la sua banale immaginazione non mi è di alcun interesse, faccia quello che vuole con i suoi pensieri, ma non li condivida con me.”
Lui: “Allora me ne starò qui in silenzio per tutto il viaggio, cercando di memorizzare ogni linea del suo corpo, così che possa riprodurre esattamente le sue fattezze quando il cane nero la prenderà da dietro.”
Lei: “Ho capito, meglio se cambio di posto.”
Lui: “No, la prego, rimanga, starò zitto. Se necessario la pagherò per restare. Stavo inserendo i dettagli dei suoi lineamenti nel mio palazzo della memoria, non se ne vada ora.”
Lei: “Ha detto che mi pagherà?”
Lui: “Sì, sì, 100 euro per rimanere seduta due ore a fare niente, come una modella.”
Lei: “Facciamo 200 anticipati e non deve aprire bocca.”
Lui: “Affare fatto.”

Qualcuno potrebbe osservare che l’uomo sia stato un imbecille a spendere 200 euro per guardare una donna che sarebbe rimasta gratuitamente davanti a lui per tutto il viaggio, se solo avesse tenuto la bocca chiusa. Forse è così, o forse per l’uomo era fondamentale mettere al corrente la donna delle proprie intenzioni per ottenere il massimo risultato dalle sue fantasie e 200 euro costituivano per lui un prezzo accettabile per ottenere lo scopo. D’altra parte si potrebbe sostenere che la donna sia stata imprudente reagendo a quella che poteva essere considerata una molestia sessuale non intimando all’uomo di allontanarsi o fuggendo, ma alimentando le fantasie dell’uomo in cambio di denaro. Forse è vero, forse la donna si è comportata in modo sconsiderato, oppure ha agito razionalmente giudicando l’uomo fastidioso ma non pericoloso e quindi ha pensato di ottenere un vantaggio economico a fronte di un minimo rischio calcolato. Io ho propeso per la seconda interpretazione e per questa ragione mi sono complimentata con entrambi i viaggiatori per il buon affare concluso prima di lasciare lo scompartimento quando sono scesa dal treno a Genova.